19 Marzo: due film (diversi) per celebrare la festa del papà

Oggi, 19 Marzo, nei paesi cattolici ricorre la festa del papà, in occasione di S.Giuseppe, padre di Gesù. Una giornata speciale per ricordare e celebrare l’affetto per il proprio genitore.

Se in Italia si festeggia a Marzo, in America e in Giappone (e non solo), il giorno della festa del papà cade la terza domenica del mese di giugno, in quanto l’evento non ha origini religiose ma puramente simboliche.

Perché citare questi due paesi così diametralmente opposti? In occasione di questa festività stamattina, dopo il mio solito cappuccino e una crêpes alla Nutella, ho pensato istintivamente a due film sul rapporto padre/figlio che mi hanno più colpito negli ultimi anni.

Il primo è Nebraska, pellicola diretta da Alexander Payne, vista in occasione degli Oscar 2014; il secondo, originario del Sol Levante, è Father and Son, curiosamente distribuito lo stesso anno di Nebraska.
Quest’ultimo rispolverato però solo a Marzo scorso durante il lockdown grazie alla bellissima iniziativa promossa da MyMovies.it, che proponeva ogni giorno una lista di film realizzati da ogni parte del mondo, ma in particolare film giapponesi e coreani (in questo modo ho scoperto A Taxi Driver, gioiello di Jang Hoon, drammaticamente ispirato ad eventi realmente accaduti, ma questa è un’altra storia).

Dicevamo, Nebraska. Presentato in concorso alla 66a edizione del Festival di Cannes, il film fu candidato a ben 6 premi Oscar, tra i quali: miglior film, regista, fotografia, sceneggiatura originale, attrice non protagonista (June Squibb), e attore protagonista, vincendo però solo quest’ultimo, grazie ad un’interpretazione straordinaria di Bruce Dern.

Innanzitutto, curiosa ma azzeccata la scelta stilistica del regista che ha voluto il bianco e nero. Una scelta sempre più presa in considerazione negli ultimi anni. Senza andare troppo indietro, basti pensare a The Artist (2011) girato tra l’altro in rapporto 1,33:1, Mank (2020) e il nuovissimo Malcom & Marie (2021) diretto da Sam Levinson, primo film ad essere completato durante la pandemia.
In alcuni casi un uso un pò ‘abusato’ e diventato ormai di moda rimane, per me, in Nebraska un vero valore aggiunto.

La pellicola (senza andare troppo nel dettaglio per chi, incuriosito da questo scritto, vorrà vederlo) ci introduce subito quello che sarà il filo conduttore della storia: “Si autorizza il pagamento di un milione di dollari a Mr. Woodrow T. Grant di Billings, Montana”.
E’ questa la comunicazione che riceve Woody, un anziano del Montana che da subito, non creduto da nessuno (neanche dalla moglie), si incammina a piedi alla volta del Nebraska. Trovato pochi kilometri dopo dalla polizia, viene riaccompagnato a casa dove, cocciuto e testardo come solo gli anziani sanno essere, non si perde d’animo ed è convinto di dover andare a ritirare il premio.

Contro tutto e tutti, l’unico che si dimostra umanamente compiaciuto per lui è proprio il figlio David, dipendente di un negozio di elettrodomestici, che decide di assecondare la folle richiesta del padre.

Inizia così un viaggio non solo sulle lunghe e desolate strade del Nebraska, ma anche un viaggio nel rapporto tra padre e figlio, tra litigate, incomprensioni, frasi mai dette e un legame indissolubile tra i due mai messo veramente in discussione.
Alexander Payne firma una pellicola commovente e cruda nello stesso momento, un road movie americano atipico in cui il rapporto tra i due protagonisti emerge in modo realistico, facendoci rispecchiare totalmente nei due, in quello che può essere il complicato e spesso conflittuale rapporto con i genitori di ognuno di noi.
In chiave moderna, il film può essere sicuramente visto come un invito da parte del regista e dello sceneggiatore, di essere maggiormente paziente con i genitori, soprattutto con il passare dell’età e cercare di costruire un ponte di collegamento tra due generazioni troppo spesso in conflitto, invece di alzare un muro, come invece in molti casi accade. L’invito è quello di guardarlo magari in presenza dei genitori, chi può. Disponibile attualmente su Amazon Prime Video.

Il secondo film che propongo oggi è diametralmente opposto ed è facile capire il perché. L’America e il Giappone, due stati da sempre contrapposti, per tradizioni, storia, cultura; questo gap si traduce anche in un modo parallelo di fare cinema.
Se Nebraska è una storia semplice di una presunta vincita e la voglia di riscuotere il premio promesso, ricca di dialoghi lunghi tipici della sceneggiatura americana, Father and Son è una narrazione complicata e complessa piena di silenzi, sospiri e primi piani, manifesto della cinematografia asiatica.

E’ la storia di due famiglie, una benestante, con evidenti vantaggi e comodità di una vita agiata, ma dettata dalla disciplina e dal silenzio; l’altra, numerosa, chiassosa e con difficoltà economiche ma una felicità dettata dalle piccole cose, da una famiglia unita nonostante le avversità e le rinunce quotidiane.
Dopo sei anni dalla nascita dei rispettivi figli, le due famiglie scoprono che per un fatale errore medico i due bambini sono stati scambiati in fasce.

Devono allora prendere una difficile decisione: continuare ad allevare il bambino che hanno cresciuto, o effettuare uno scambio rispettando l’evidente legame biologico?
Anche qui, senza senza soffermarmi puramente sulla trama e sull’epilogo, l’aspetto interessante da sottolineare è il difficile se pur reale legame che i due bambini istaurano con i (non) genitori e la criticità della scelta e del cambiamento, non solo ambientale- passare da uno stato di benessere ad uno palesemente difficoltoso e viceversa- ma anche affettivo, a riprova che il genitore (in particolare il padre, che nella pellicola è la persona più in crisi tra le parti) non è un tutore legale e riconosciuto dalla Stato, ma una figura meramente simbolica, un appoggio naturale per la prole.

Il mio invito, specie in occasione di questa giornata, è quello di recuperare, se non li avete visti, questi due piccoli, per me, capolavori. 

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