And the Oscar goes to…

Finalmente, dopo due mesi di ritardo a causa della pandemia di Covid-19, domenica 25 si sono svolti gli attesissimi Oscars.

Un’edizione chiaramente complicata e possiamo dire ‘nuova’. Tante le novità, a partire dalla location: storicamente il Dolby Theatre di Los Angeles, quest’anno invece, per questioni organizzative e di norme connesse al distanziamento sociale, la cerimonia si è svolta non solo nello storico teatro hollywoodiano, ma anche nell’Union Station di Los Angeles, senza contare i vari collegamenti da ogni parte del mondo per rendere partecipi alcuni candidati rimasti in madrepatria per ovvie necessità.

Le ulteriori novità hanno riguardato, invece, le modalità dei criteri di ammissibilità dei film in gara. Sono stati, infatti, inclusi anche i film che originariamente dovevano essere trasmessi nelle sale ma che poi, per ovvi motivi, sono stati trasmessi in streaming sulle principali piattaforme. (Ne avevo già parlato qui).Ed ecco che su Amazon Prime Video troviamo ‘The Sound of Metal’, ‘Borat – Seguito di film cinema. Consegna di portentosa bustarella a regime americano per beneficio di fu gloriosa nazione di Kazakistan’, su Disney + a partire dal 30 Aprile sarà invece disponibile ‘Nomadland’, senza contare i prodotti Netflix come ‘Mank’ e ‘Ma Rainey’s Black Bottom’. Quest’ultimo si aggiudicherà nella notte due Oscar: miglior trucco e acconciatura e migliori costumi.

Ma entrando nel vivo della cerimonia, ‘Nomadland’, il terzo film indipendente di Cholè Zhao si aggiudica, come da previsione, le statuette principali: miglior film, miglior regia e, a sorpresa, miglior attrice protagonista a Frances McDormand.
Il film della Zhao racconta con la giusta delicatezza il tema dei veri nomadi d’America, dando voce ad una minoranza che viene tuttora poco considerata. Tra le particolarità della pellicola, la prospettiva e lo stile cinematografico della giovane regista che nei suoi lavori predilige sempre paesaggi rurali e rustici, basti pensare ai precedenti film come il bellissimo ‘The Rider’ (2017) e ‘Songs My Brothers Taught Me’ (2015), ambientato nella riserva indiana di Pine Ridge, firmando, con questi suoi primi tre lavori, un cinema che potremmo definire d’inchiesta sociale.

La sceneggiatura originale va a Emerald Fennell, giovane attrice e regista, che scrive ‘Una donna promettente’, un film fresco, nuovo ed imprevedibile, con una straordinaria Carey Mulligan che questa volta, a dispetto de ‘Il grande Gatsby’ riesce a convincermi e anche parecchio.

Come da previsione (mia, in realtà) il gioiellino ‘The Father – Nulla è come sembra’, si aggiudica l’Oscar alla miglior sceneggiatura non originale scritta dallo stesso regista,  Florian Zeller e Christopher Hampton e non potrei essere più d’accordo. Una scrittura struggente ma mai eccessiva, piccoli dettagli ma di spessore che ritornano più volte nel corso della narrazione e si intrecciano tra loro in maniera impeccabile, rendendo la storia una perfetta equazione tra la realtà e la trasposizione della realtà distorta del protagonista, un uomo di ottant’anni affetto da demenza senile.

Trionfa anche ‘The Sound of Metal’ di Darius Marder, premiato il grande lavoro del montaggio e soprattutto del sonoro, forse il vero protagonista del film.
L’attesissimo ‘Mank’ di Fincher, invece, su ben 10 candidature si porta a casa ‘solamente’ due statuette: una per la fotografia e l’altra per la scenografia.

A mio avviso, invece, la sorpresa più grande è stata la scelta degli attori protagonisti e non: su tantissimi attori giovani e, alcuni, alla prima grande fatica, ha vinto invece la vecchia e gloriosa guardia: la McDormand e un eccezionale Anthony Hopkins, a dispetto dell’attesissimo premio postumo a Chadwick Boseman.
Vince la statuetta come miglior attrice non protagonista, a sorpresa, la simpatica attrice sudcoreana Yoon Yeo-jeong  di ‘Minari’. Dolcissimo il suo discorso di ringraziamento: ‘Vengo dalla Corea, vivo da un’altra parte del mondo. Solitamente gli Oscar li vedo in tv, non riesco a capacitarmi di essere qui personalmente.’ Incredula per un premio: ‘Forse dato per ospitalità a questa signora coreana’; per non parlare dell’entusiasmo nell’ essere presentata da Brad Pitt , vincitore l’anno scorso della stessa categoria e, tra l’altro, proprietario della casa di produzione proprio di ‘Minari’. E’ già storia la sua esclamazione: ‘Finalmente, signor Pitt, felice di conoscerla!’.

A vincere meritatamente la categoria di miglior attore non protagonista, Daniel Kaluuya, il Fred Hampton di ‘Judas and the Black Messiah’. Il giovane attore aveva già dimostrato le sue doti in ‘Scappa – Get Out’ (2017) di Jordan Peele, per il quale vinse vinto il Premio BAFTA per la miglior stella emergente.

Notte amara, infine, per l’Italia non solo per l’Oscar mancato a Laura Pausini e la sua ‘Io si (Seen)’, ma anche per l’immenso lavoro di Massimo Cantini Parrini, costumista del ‘Pinocchio’ di Garrone e Mark Coulier, Dalia Colli e Francesco Pegoretti, truccatori dello stesso film.

Un’edizione, come detto all’inizio, insolita, meno glam e spettacolare delle altre, in cui però sicuramente il cinema ha trionfato, dopo un anno disastroso per l’industria cinematografica. Ma a trionfare sono state anche le donne, il cinema verità (forse fin troppo), le minoranze di qualsiasi tipo, dalla scelta della Zhao di far recitare non solo attori protagonisti, ma anche veri nomadi d’America, alla stessa scelta di mettere in scena la realtà di ‘The sound of metal’, in cui hanno partecipato individui che appartengono alla comunità sorda americana.
Un cinema che, mai come quest’anno, sceglie di mettere in scena la verità e la difficoltà della vita vera, come le storie di rivalsa della comunità nera raccontata non solo da ‘Judas and the Black Messiah’, ma anche in ‘Il processo ai Chicago 7’, la realtà della comunità asiatica trasferita in America in cerca di fortuna come in ‘Minari’, la realtà e le conseguenze dell’età come in ‘The Father – Nulla è come sembra’.

Per finire, il naturale augurio di tutti, in particolare degli amanti del cinema e gli addetti ai lavori, lo stesso augurio promosso dalla McDormand nel suo discorso di ringraziamento per la statuetta: ‘Per favore guardate il nostro film sullo schermo più grande possibile e portate tutti quelli che conoscete a vedere tutti i film premiati quest’anno. Tornate al cinema‘.

Restiamo umani (a Napoli!)

Si dice che certi amori fanno giri immensi e poi ritornano.


Anche il mio, un amore diverso, in forme diverse. Ho sempre avuto con Napoli -città che, per quanto io abiti in provincia di Caserta, sento da sempre come quella di appartenenza- un rapporto conflittuale. Amore e odio.
Mi sono sempre voluta distinguere, ho sempre voluto restare un passo indietro rispetto ai sentimenti di patriottismo ben proclamati dalle persone attorno a me. L’ho parecchie volte disdegnata, calpestata, sbagliando, se pur avendo delle motivazioni assolutamente giustificabili. Mi sono promessa tante volte di scappare a Milano il prima possibile, una città cosi parallela a Napoli ma così giusta per me. Testarda e convinta come posso odiosamente essere solo io, non mi ero accorta a cosa stavo per rinunciare.

Ma complice la pandemia che mi ha lasciato lontano dal capoluogo partenopeo per un bel po di tempo- mai cosi tanto che io ricordi- che mi è bastata una giornata per ritornare poi a casa e sentirmi di nuovo piena, ricca come solo Napoli può fare.

Ricca dei sorrisi nascosti dalle mascherine, ma ben trapelanti dagli occhi degli sconosciuti, come l’anziana signora di via Scarlatti, elegante e posata, che mi ha gentilmente aiutato a capire a quale fermata scendere, al ragazzo italo-tunisino mio compagno di vagone che, a modo suo, mi ha augurato un grande in bocca al lupo senza neanche conoscermi e che in quindici minuti mi ha raccontato la sua vita (e le sue disavventure).
Ritorno ricca del barista che ‘Un bel caffè per la signorina!’, ricca del conducente dell’autobus che al mio ‘Arriva a Garibaldi?’ mi risponde ‘Certo signorina, prego si segga! La porto dove dice lei, mi dica, come ha passato la giornata?’, ricca dell’emozione in volto di ritrovare vecchi amici mai dimenticati.
Ultimo, non ultimo, ricca della carica e l’energia che solo l’aria di mare di Napoli può dare, e quella sensazione che la vita, li, proceda un pò più lentamente. Perché dopo un momento di quiete sugli scogli di via Partenope, in fondo, tutto il resto diventa assolutamente rimandabile.

E allora in una sola giornata ho assorbito come una spugna l’entusiasmo e l’imprevedibilità di ogni incontro fortuito che si trasforma in una nuova occasione, una buona possibile amicizia. Ma soprattutto, dopo tutto questo tempo, la sensazione del calore umano, del contatto, se pur a distanza, se pur con la mascherina. L’umanità ultimamente dimenticata, gli ‘sparuti incostanti sprazzi di bellezza‘ di Napoli, per dirla alla Jep Gambardella (La Grande Bellezza, Paolo Sorrentino, 2013).

E’ proprio il caso di dirlo, il mio amore ha fatto un giro immenso ed è tornato davanti a me con la forza di un vulcano…magari proprio il Vesuvio.

19 Marzo: due film (diversi) per celebrare la festa del papà

Oggi, 19 Marzo, nei paesi cattolici ricorre la festa del papà, in occasione di S.Giuseppe, padre di Gesù. Una giornata speciale per ricordare e celebrare l’affetto per il proprio genitore.

Se in Italia si festeggia a Marzo, in America e in Giappone (e non solo), il giorno della festa del papà cade la terza domenica del mese di giugno, in quanto l’evento non ha origini religiose ma puramente simboliche.

Perché citare questi due paesi così diametralmente opposti? In occasione di questa festività stamattina, dopo il mio solito cappuccino e una crêpes alla Nutella, ho pensato istintivamente a due film sul rapporto padre/figlio che mi hanno più colpito negli ultimi anni.

Il primo è Nebraska, pellicola diretta da Alexander Payne, vista in occasione degli Oscar 2014; il secondo, originario del Sol Levante, è Father and Son, curiosamente distribuito lo stesso anno di Nebraska.
Quest’ultimo rispolverato però solo a Marzo scorso durante il lockdown grazie alla bellissima iniziativa promossa da MyMovies.it, che proponeva ogni giorno una lista di film realizzati da ogni parte del mondo, ma in particolare film giapponesi e coreani (in questo modo ho scoperto A Taxi Driver, gioiello di Jang Hoon, drammaticamente ispirato ad eventi realmente accaduti, ma questa è un’altra storia).

Dicevamo, Nebraska. Presentato in concorso alla 66a edizione del Festival di Cannes, il film fu candidato a ben 6 premi Oscar, tra i quali: miglior film, regista, fotografia, sceneggiatura originale, attrice non protagonista (June Squibb), e attore protagonista, vincendo però solo quest’ultimo, grazie ad un’interpretazione straordinaria di Bruce Dern.

Innanzitutto, curiosa ma azzeccata la scelta stilistica del regista che ha voluto il bianco e nero. Una scelta sempre più presa in considerazione negli ultimi anni. Senza andare troppo indietro, basti pensare a The Artist (2011) girato tra l’altro in rapporto 1,33:1, Mank (2020) e il nuovissimo Malcom & Marie (2021) diretto da Sam Levinson, primo film ad essere completato durante la pandemia.
In alcuni casi un uso un pò ‘abusato’ e diventato ormai di moda rimane, per me, in Nebraska un vero valore aggiunto.

La pellicola (senza andare troppo nel dettaglio per chi, incuriosito da questo scritto, vorrà vederlo) ci introduce subito quello che sarà il filo conduttore della storia: “Si autorizza il pagamento di un milione di dollari a Mr. Woodrow T. Grant di Billings, Montana”.
E’ questa la comunicazione che riceve Woody, un anziano del Montana che da subito, non creduto da nessuno (neanche dalla moglie), si incammina a piedi alla volta del Nebraska. Trovato pochi kilometri dopo dalla polizia, viene riaccompagnato a casa dove, cocciuto e testardo come solo gli anziani sanno essere, non si perde d’animo ed è convinto di dover andare a ritirare il premio.

Contro tutto e tutti, l’unico che si dimostra umanamente compiaciuto per lui è proprio il figlio David, dipendente di un negozio di elettrodomestici, che decide di assecondare la folle richiesta del padre.

Inizia così un viaggio non solo sulle lunghe e desolate strade del Nebraska, ma anche un viaggio nel rapporto tra padre e figlio, tra litigate, incomprensioni, frasi mai dette e un legame indissolubile tra i due mai messo veramente in discussione.
Alexander Payne firma una pellicola commovente e cruda nello stesso momento, un road movie americano atipico in cui il rapporto tra i due protagonisti emerge in modo realistico, facendoci rispecchiare totalmente nei due, in quello che può essere il complicato e spesso conflittuale rapporto con i genitori di ognuno di noi.
In chiave moderna, il film può essere sicuramente visto come un invito da parte del regista e dello sceneggiatore, di essere maggiormente paziente con i genitori, soprattutto con il passare dell’età e cercare di costruire un ponte di collegamento tra due generazioni troppo spesso in conflitto, invece di alzare un muro, come invece in molti casi accade. L’invito è quello di guardarlo magari in presenza dei genitori, chi può. Disponibile attualmente su Amazon Prime Video.

Il secondo film che propongo oggi è diametralmente opposto ed è facile capire il perché. L’America e il Giappone, due stati da sempre contrapposti, per tradizioni, storia, cultura; questo gap si traduce anche in un modo parallelo di fare cinema.
Se Nebraska è una storia semplice di una presunta vincita e la voglia di riscuotere il premio promesso, ricca di dialoghi lunghi tipici della sceneggiatura americana, Father and Son è una narrazione complicata e complessa piena di silenzi, sospiri e primi piani, manifesto della cinematografia asiatica.

E’ la storia di due famiglie, una benestante, con evidenti vantaggi e comodità di una vita agiata, ma dettata dalla disciplina e dal silenzio; l’altra, numerosa, chiassosa e con difficoltà economiche ma una felicità dettata dalle piccole cose, da una famiglia unita nonostante le avversità e le rinunce quotidiane.
Dopo sei anni dalla nascita dei rispettivi figli, le due famiglie scoprono che per un fatale errore medico i due bambini sono stati scambiati in fasce.

Devono allora prendere una difficile decisione: continuare ad allevare il bambino che hanno cresciuto, o effettuare uno scambio rispettando l’evidente legame biologico?
Anche qui, senza senza soffermarmi puramente sulla trama e sull’epilogo, l’aspetto interessante da sottolineare è il difficile se pur reale legame che i due bambini istaurano con i (non) genitori e la criticità della scelta e del cambiamento, non solo ambientale- passare da uno stato di benessere ad uno palesemente difficoltoso e viceversa- ma anche affettivo, a riprova che il genitore (in particolare il padre, che nella pellicola è la persona più in crisi tra le parti) non è un tutore legale e riconosciuto dalla Stato, ma una figura meramente simbolica, un appoggio naturale per la prole.

Il mio invito, specie in occasione di questa giornata, è quello di recuperare, se non li avete visti, questi due piccoli, per me, capolavori. 

Oscar 2021: finalmente le candidature (e l’egemonia Netflix)

E’ proprio il caso di dirlo.. l’Academy ci ha fatto letteralmente sudare per rendere pubbliche le candidature ufficiali per gli Oscar di quest’anno.

Un’edizione, per ovvie ragioni, complicata e controversa, quella che si terrà il 26 Aprile ore 2:00 (ore italiane).

Rimandata più volte nel corso di questi mesi, finalmente si appresta a concludere la stagione cinematografica di quest’anno con un’insolita cerimonia a fine Aprile. Un 2020/2021 complicato per tutti i settori, ma soprattutto per il cinema: tanti rimandi, produzioni bloccate, film in uscita posticipati a data da destinarsi e sempre più pellicole lanciate sulle principali piattaforme on demand quali Netflix, Disney+, Amazon Prime, Infinity.

Non è un caso, infatti, che i film in lizza per le principali statuette siano stati trasmessi in prima visione su Netflix: tra tutti, Mank di David Fincher e Il Processo ai Chicago 7 diretto da Aaron Sorkin.

Come non citare Ma Rainey’s Black Bottom, regia di George C. Wolfe, incentrato sulla vita della cantane jazz anni 20 Ma Gertrude Rainey, interpretata da una splendida Viola David, candidata come miglior attrice protagonista, in competizione, fra tutte, con Vanessa Kirby grazie ad un’interpretazione magistrale in A Piaces of a Woman, manco a dirlo, altro prodotto Netflix.
Tra gli altri attori, il compianto Chadwick Bosemam, in lizza per il premio di miglior attore non protagonista insieme a Gary Oldman (Mank), Antony Hopkins (The Father), Riz Ahmed (Sound of Metal) e, a sorpresa, Steven Yeun, primo coreano americano nella storia ad essere candidato come miglior attore protagonista per il film Minari, che ha ottenuto ben 6 candidature.

Come già detto, ad aver ricevuto più candidature, Mank e Il Processo ai Chicago 7: il primo come Miglior Film, Migliore Regia, Migliore Attrice Protagonista (Amanda Seyfried), Attore Protagonista, Migliore Colonna Sonora Originale, Migliore Scenografia, Migliore Fotografia, Miglior Costume, Miglior Trucco, Miglior Sonoro.
Il secondo, invece è in lizza per Miglior film, Miglior attore non protagonista (Sacha Baron Cohen), Migliore sceneggiatura originale, Migliore fotografia,  Miglior montaggio, Migliore canzone. Un vero testa a testa tra i due, che si contenderanno i premi più corposi.

Anche un pezzettino di Italia sarà presente agli Oscar: fresca di Golden Globe, Laura Pausini conquista anche l’Academy con la sua Io Si (Seen), presente nel film La vita davanti a sé, ultima pellicola imperdibile con Sophia Lauren, disponibile su Netflix.
Ma non solo, candidato anche il Pinocchio di Matteo Garrone per ben due categorie Miglior Costume e Miglior Trucco.

Di seguito, l’elenco completo delle candidature e…che vinca il migliore!


Miglior film


The Father
Judas and the Black Messiah
Mank
Minari
Nomadland
Una donna promettente
Sound of Metal
Il processo ai Chicago 7
 

Miglior regia

Thomas Vinterberg, Another Round 
David Fincher, Mank
Lee Isaac Chung, Minari
Chloé Zhao, Nomadland 
Emerald Fennell, Una donna promettente
 

Miglior attrice protagonista

Viola Davis, Ma Rainey’s Black Bottom
Andra Day, The United States vs. Billie Holiday
Vanessa Kirby, Pieces of a Woman
Frances McDormand, Nomadland
Carey Mulligan, Una donna promettente
 

Miglior attrice non protagonista

Maria Bakalova, Borat Seguito di film cinema 
Glenn Close, Elegia americana
Olivia Colman, The Father
Amanda Seyfried, Mank
Youn Yuh-jung, Minari
 

Miglior attore protagonista

Riz Ahmed, Sound of Metal
Chadwick Boseman, Ma Rainey’s Black Bottom
Anthony Hopkins, The Father
Gary Oldman, Mank
Steven Yeun, Minari
 

Miglior attore non protagonista

Sacha Baron Cohen, Il processo ai Chicago 7
Daniel Kaluuya, Judas and the Black Messiah
Leslie Odom Jr., One Night in Miami
Paul Raci, Sound of Metal
LaKeith Stanfield, Judas and the Black Messiah
 

Miglior film internazionale

Quo Vadis, Aida? (Bosnia Erzegoniva)
Another Round (Danimarca)
Better Days (Hong Kong)
Collective (Romania)
The Man Who Sold His Skin (Tunisia)
 

Miglior film d’animazione

Onward
Over the Moon
A Shaun Sheep Movie: Farmageddon
Soul
Wolfwalkers
 

Miglior corto d’animazione

Burrow
Genius Loci
If Anything Happens I Love You
Opera
Yes-People
 

Miglior sceneggiatura originale

Judas and the Black Messiah
Minari
Una donna promettente
Sound of Metal
Il processo ai Chicago 7
 

Miglior sceneggiatura non originale

Borat Subsequent Moviefilm
The Father
Nomadland
One Night in Miami
The White Tiger
 

Miglior colonna sonora originale

Da 5 Bloods
Mank
Minari
Notizie dal mondo
Soul
 

Miglior canzone originale

Fight for You (Judas and the Black Messiah)
Hear My Voice (Il processo ai Chicago 7)
Húsavík (Eurovision Song Contest)
Io Sì (Seen) (La vita davanti a sé)
Speak Now (One Night in Miami)
 

Miglior montaggio

The Father
Nomadland 

Promising Young Woman 
Sound of Metal 
Il processo ai Chicago 7
 

Miglior fotografia

Judas and the Black Messiah
Mank
Notizie dal mondo
Nomadland
Il processo ai Chicago 7
 

Miglior scenografia
The Father
Ma Rainey’s Black Bottom
Mank
Notizie dal mondo

Tenet
 

Miglior costumi

Emma
Mank
Ma Rainey’s Black Bottom
Mulan
Pinocchio
 

Miglior effetti speciali
Love and Monsters
The Midnight Sky
Mulan
The One and Only Ivan
Tenet
 

Miglior trucco

Emma
Elegia americana
Ma Rainey’s Black Bottom
Mank
Pinocchio
 

Miglior sonoro
Greyhound
Mank
Notizie dal mondo
Sound of Metal
Soul
 

Miglior cortometraggio

Feeling Through
The Letter Room
The Present
Two Distant Strangers
White Eye
 

Miglior corto documentario
Colette 
A Concierto is a Conversation 
Do Not Split 
Hunger Ward 
A Love Song for Latasha
 

Miglior documentario
Collective
Crip Camp
The Mole Agent
MY Octopus Teacher
Time

Nuovo cinema paradiso

Questa è la mia vita, il mio paradosso, la mia contraddizione. Non a caso, ‘nero su bianco’ è la dicotomia che più mi rappresenta.

Come ho già un po anticipato, il mio mondo è la comunicazione. La studio da sempre, la osservo timidamente, ne sono appassionata fortemente.

Ma, c’è sempre un ma. E’ il cinema che mi fa davvero battere il cuore. L’emozione unica di ogni storia unica, l’odore dei pop corn, le poltrone rosse, le colonne sonore di cui innamorarsi e che ti ritrovi inconsapevolmente a cantare in ascensore, alla posta, sotto la doccia (Una su tutti, La La Land), la sensazione di aver vissuto una doppia vita in quelle tre ore scarse passate al cinema. Tornare a casa con un diverso bagaglio emotivo, più pesante, più vero, più vivo, piangere dalla felicità, dalla paura, dalla tristezza. In poche parole, sentirsi vivi.

Aveva ragione, allora, Tornatore, ad intitolare uno dei suoi film più riusciti, ‘ Nuovo Cinema Paradiso’.
Non è un pò come sentirsi in Paradiso? Io dico di si.

Una, nessuna e centomila.

Chi sono io? Come dovrei raccontarmi? E’ questo il dilemma.

E’ sempre strano e difficile trovare le parole giuste per descriversi (in modo oggettivo, soprattutto) allora inizierò dalla carta d’identità (scherzo).
Partiamo dalle basi. Mi chiamo Roberta D’Alesio, ho 26 anni, sono una Vergine incallita, amante della precisione, dell’ordine, ma anche sensibile ed altruista.
Perché sono qui? Per mettere nero su bianco i miei pensieri, cercare di sistemarli bene almeno la metà di come riesco a fare con il mio armadio e i miei vestiti (Ricordate la storia dell’ordine? Ecco.)

Sono laureata in Scienze della Comunicazione prima, ed in Corporate Communication and Media, poi. Ho sempre amato la comunicazione, ogni tipo di comunicazione. Ricordo che a 10 anni durante le innumerevoli ore di fila d’attesa per il dentista venivo totalmente rapita dalle pubblicità sulle riviste, dalle immagini, dal font, dai diversi stili comunicativi adottati.

La mia voglia di raccontarmi è spinta dalla forza di creare uno spazio neutro e totalmente mio in cui parlare delle mie passioni a cuore aperto senza annoiare i miei amici di Facebook e Instagram.

Mi piacciono poche cose, ma in modo sincero e profondo.

Ma quali sono? Suspance.